Costruire futuri possibili. Felicità individuale, collettiva e alleanza d’impresa.
Il 25 marzo 2026, a Udine, negli spazi del Circolo Nuovi orizzonti, si è tenuto l’incontro “Costruire futuri possibili. Felicità individuale, collettiva e alleanza d’impresa”, promosso dal Sindaco Alberto Felice De Toni. Una serata che ha messo al centro una domanda ancora poco frequentata nel dibattito organizzativo — come si costruisce la felicità? — attraversandola da prospettive diverse: lavoro, modelli organizzativi, linguaggio, territorio. In questo articolo, ripercorriamo i principali passaggi emersi e le connessioni che si stanno delineando tra i progetti che oggi DOF sta portando avanti.

Un mercoledì sera come tanti, appena fuori Udine, una sala piena. Non nel centro della città, ma in uno di quei luoghi in cui le cose succedono lo stesso e, a volte, meglio. È lì che le comunità si incontrano e, soprattutto, si riconoscono.
Con noi, un pubblico eterogeneo: imprese, istituzioni, studenti, cittadini. E un’attenzione rara, perché continua e viva. Di quelle che non si costruiscono a tavolino: o ci sono, oppure no. Clima informale, strette di mano, sorrisi, ma anche ragionamenti e dati su cui fermarsi. Il nostro mix ideale.
Eravamo ospiti di Alberto Felice De Toni, in una doppia veste che da anni tiene insieme pensiero e azione: da un lato lo studioso della complessità, dall’altro chi quella complessità la attraversa nelle scelte quotidiane come Sindaco della sua città. Ha aperto e chiuso la serata riportandoci sempre lì, su un punto che può sembrare laterale ma non lo è: la felicità come criterio con cui progettare sistemi, organizzazioni, città. Raccontando anche come, all’inizio del suo percorso da amministratore, parlare di felicità invece che “delle buche” suonasse quasi fuori luogo. Eppure, è proprio da lì che si capisce quali buche vale davvero la pena guardare, e provare a chiudere.

La domanda più urgente sul lavoro
Gianluca Spolverato (Top Professionals per Forbes, founder Wi Legal, Laborability, progetto Bulldozer e co-founder di Decentral) ci ha portati su una domanda semplice solo in apparenza: cosa ci dà il lavoro e cosa ci toglie? È una domanda che apre possibilità e responsabilità, perché costringe a ripensare il lavoro come spazio di senso, ma anche come leva concreta di libertà. Formazione continua, redistribuzione del tempo, salari più alti, persone che stanno meglio. Non come concessione, ma come condizione per organizzazioni che funzionano davvero.
Ecco che la domanda sul futuro cambia forma. Non è più “dove stiamo andando?”, ma “che vita vogliamo?” Il lavoro che facciamo ci sta portando in quella direzione, oppure no?
Quando non è più compatibile con la vita che dovrebbe sostenere, il lavoro diventa un “motore di infelicità”. Per raddrizzare le cose, a quel punto, dobbiamo intervenire sul sistema.
Anche perché, come ci ha ricordato Marzia, i dati sono preoccupanti: in Italia, solo il 5% delle persone è realmente ingaggiato nel proprio lavoro. Il resto è potenziale disperso, energia che non trova spazio. È qui che torna la metafora della “buca”: oggi le organizzazioni non ne hanno una sola da sistemare. Devono imparare a tenere insieme piani diversi – organizzativo, tecnologico, umano, relazionale – che continuano a essere trattati separatamente, quando invece chiedono di essere attraversati insieme, senza semplificazioni.
È da qui che nasce Decentral, un consorzio benefit che prova a costruire modelli organizzativi in cui il potere si distribuisce davvero, in cui la trasparenza diventa struttura e non promessa, e in cui organizzazione e comunità non sono più due parole separate.

L’oscenità delle organizzazioni
Abbiamo poi raccontato, per la prima volta in pubblico, il lavoro su Corporate Porn, il progetto del collettivo DMAV che mette a nudo il linguaggio delle organizzazioni. Non per muovere una critica astratta, ma per mostrare cosa accade quando le parole si svuotano e continuano comunque a circolare. Le reazioni – tra le risate e un certo riconoscimento imbarazzato – dicevano una cosa chiara: quel linguaggio lo conosciamo tutti, perché lo abitiamo ogni giorno, al punto da non farci più caso. Di questo progetto sentiremo molto parlare, intanto ve lo facciamo raccontare proprio da Gianluca Spolverato, che gli ha dedicato una puntata del podcast Bulldozer:

E poi, Futuribili
Con Diego Zonta, vicepresidente di Animaimpresa, abbiamo raccontato un passaggio per noi importante: alla terza edizione, il festival Futuribili trova casa a Udine e cresce dentro una partnership ampia, in cui Animaimpresa ha un ruolo organizzativo centrale. Una presenza che non arriva per caso, ma per una convergenza quasi naturale di visione, soprattutto sui temi della sostenibilità e dell’impatto.
L’edizione 2026 metterà al centro felicità e complessità, provando a costruire uno spazio di dialogo tra passato, presente e futuro per immaginare scenari condivisi e abitabili.
Anche su questo progetto, arriveranno presto notizie. Intanto, segnati le date e la location: 30 e 31 ottobre a Udine.
Il nostro bilancio della serata
Guardata da fuori, poteva sembrare “solo” una serata con molte voci e molti temi. In realtà, quello che abbiamo visto e sentito con chiarezza è un punto di convergenza. Alcune traiettorie si sono finalmente incontrate, concretizzandosi nei progetti che abbiamo raccontato a Udine.
Il lavoro sulle organizzazioni con Decentral, la ricerca culturale con Dmav, il lavoro sulla comunità con Futuribili rappresentano per noi in Dof una sintesi naturale, una forma che emerge chiara e leggibile dopo questi quasi 30 anni di lavoro, ricerca e sperimentazione tra mondi e linguaggi diversi.
La risposta che abbiamo ricevuto – l’attenzione, le domande, il calore umano – ci ha colpiti. Perché segnala che questo lavoro non resta teorico, ma trova risonanza nelle persone.
Quello che ci interessa continuare a costruire sono organizzazioni e contesti sociali in cui le persone possano fare comunità, contribuire davvero col proprio talento e il proprio desiderio, senza essere ridotte a funzione. Spazi in cui la libertà (e così la felicità) non è una parola, ma una pratica.
E, come tutte le cose che contano, è un lavoro che resta aperto.
Accompagniamo da quasi 30 anni le organizzazioni in questo viaggio, vuoi fare un pezzo di strada con noi?
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